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Dal numero Giro d’autore. Il centenario della maglia rosa
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di Alessandro Cannavò
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Nel mio studio espongo forse la più bella foto di mio padre con me. Fu scattata al Giro. Settantottesima edizione, 1995. Era la giornata che si annunciava come la più emozionante di tutta la competizione: tre vette da brivido, Sampeyre, Agnello e il terribile Izoard in una sola tappa con sconfinamento in Francia e arrivo a Briancon. Nell’immagine il suo sorriso è raggiante, esaltato dalla splendida mattinata di sole seguita a infide giornate di maltempo con rischi idrogeologici proprio in quei paesi del Cuneese che precedevano le montagne. Lui, naturalmente, tiene in mano la Gazzetta e nei suoi occhi già pregusta il racconto che avrebbe scritto con animo passionale e toni epici sui protagonisti di quelle salite. Era sempre così quando si parlava di ciclismo e lo sarebbe stato ancora di più negli anni a venire, con l’epopea Pantani.
Quel giorno, invece, ci fu un imprevisto molto serio. Mentre i corridori scendevano a rotta di collo dal Sampeyre, arrivarono le prime drammatiche notizie di due slavine sul colle dell’Agnello, a oltre 2700 metri di quota, che avevano travolto alcuni spettatori e delle auto. Momenti di tensione, la tragedia venne solo sfiorata perché i soccorsi furono immediati e nessuno dei dieci feriti ebbe gravi conseguenze. Ma giù a fondovalle il direttore del Giro Carmine Castellano, dopo una consultazione con mio padre, dovette prendere con freddezza e coraggio in pochi minuti la decisione più spiacevole ma inevitabile: la gara andava interrotta, malgrado tutti gli interessi che c’erano per portare il Giro in Francia. Ospite a questo punto fuori luogo nell’auto della direzione della gara, assistetti alla messa in moto di una vera e propria task force d’emergenza: il traguardo volante fu posto a Ponte Chianale, tre alberghi della zona vennero “requisiti” per permettere ai corridori di cambiarsi gli indumenti. Dopo la concitazione di quest’arrivo, bisognava trovare per lo staff della Gazzetta una sala stampa estemporanea, dove scrivere e trasmettere i pezzi. Mio padre bussò alla porta di una casa. “Signora, ci ospiterebbe?”. La richiesta fu il regalo più bello per chi quel giorno non avrebbe potuto sperare di meglio di una visione fugace dei corridori dai bordi della strada. Il direttore della Gazzetta e i suoi giornalisti che lavorano tra il salotto e la cucina… Da non credere. A quel punto io, di fronte a quel quadretto redazional-casalingo, mi sentii ancora di più un intruso e me ne tornai a Milano. Ben sapendo che quel giorno mio padre non avrebbe rimpianto il finale epico sull’Izoard, perché stava gustando pienamente, oltre a una popolarità personale di cui sapeva godere con discrezione, l’affetto incondizionato della gente verso il Giro. Un affetto che lui amava raccogliere tra la folla, da testimone diretto.
Non è un segreto che, pur nella passione per tutti gli sport, il ciclismo stesse per papà insieme con l’atletica su un gradino più in alto. E questa preferenza era certo legata alla sua seconda famiglia, la Gazzetta. Si beava a pensare che il giornale fosse nato appena tre giorni prima delle Olimpiadi moderne, nel 1896; e anche per questa concomitanza anagrafica riteneva che dovesse difendere ad ogni costo le motivazioni dei Giochi. Ma col ciclismo non c’era una fratellanza, c’era una maternità sin da quella pionieristica partenza notturna da piazza Loreto nel 1909. La Gazzetta “mamma” del Giro fu un’immagine e un concetto di cui sentì sempre una forte responsabilità.
Ma al di là degli obblighi “parentali”, per lui il ciclismo aveva un valore incommensurabile: era vocazione alla fatica, arte del sacrificio. Una metafora della vita. Mi ha sempre colpito come il giornalista sagace, l’editorialista sferzante si trasformasse, ogni volta che raccontava una tappa emozionante, in un cantore di gesta omeriche. C’era in quegli articoli la passione allo stato puro che talvolta rasentava l’estasi e anche per questo papà si innamorava di campioni che venivano da origini umili come Fausto Coppi o Aldo Moser o che supplivano con grinta e coraggio alla mancanza di un fisico prestante come Claudio Chiappucci o Pantani. Sapeva che il suo entusiasmo era quello dei milioni di fans del ciclismo che sostengono da sempre il Giro, a dispetto di ogni avversità e delusione, come aveva sperimentato a fianco di Vincenzo Torriani, lo storico patron della gara che tastava con mano il suo carisma chilometro dopo chilometro. Amava ricordare un’edizione di cui non era stato testimone, quella del ‘46, in un’Italia totalmente dissestata dalla guerra. “Fu un capolavoro di organizzazione e soprattutto di fede tra strade cancellate e attraversamento di fiumi su ponti provvisori o, dove non era possibile, sul greto - ha scritto in un articolo uscito postumo sul libro che la Gazzetta ha dedicato al centenario -. Le macerie vennero trasformate in un simbolo di speranza”. E poi quell’arrivo alle porte di Trieste, città allora in un limbo dopo essere stata strappata all’Italia, un grido per la nazione unificata. Quell’unità che sentiva palpabile nella popolarità della Gazzetta a ogni latitudine, in ogni ceto sociale…
Credo che con il ciclismo, e soprattutto con il Giro, mio padre abbia interpretato quasi in modo più vero e provocatorio il suo nome. Inevitabile che questo amore romantico, davvero candido, dovesse confrontarsi, come in un dramma dostoevskiano, con il Male del doping, da sempre il Male che minaccia il ciclismo più di ogni altro sport.
Assistetti al momento del grande tradimento come telespettatore. Quella mattina del 5 giugno ‘99, mentre leggevo il suo articolo che alla vigilia del Mortirolo già assaporava il trionfo di un irresistibile Pantani, lui comparve sullo schermo. Aveva l’espressione rigida che gli veniva quando era alle prese con rabbia e tristezza: il Pirata, trovato con i valori del sangue fuori norma, doveva essere immediatamente escluso dalla corsa. Pur nell’immenso dolore, il rispetto della legge è al di sopra di tutto, ribadì davanti alle telecamere. “Tra i tanti aspetti deleteri di questa vicenda - scriverà il giorno dopo - quello che mi ferisce di più è il senso feroce del tradimento umano e sportivo. Non so da quale fonte provenga, non so quale sia il grado di provocazione del suo stesso ambiente. Ma, comunque sia, di tradimento si tratta. Io me lo sento addosso”.
Quella mattina fu la pagina più dolorosa della sua carriera, assieme alla notte dell’Heysel. Anche perché venne subito dopo una sera in cui parlò a lungo a quattr’occhi con Pantani. Non di ciclismo, ma di impegni di solidarietà, di valori della vita. “Non si finisce mai di scoprire le persone”, aveva esclamato entusiasta alla fine di quel colloquio inusuale al giornalista della Gazzetta Pier Bergonzi che aveva organizzato l’incontro. Parole che resero ancor più terribilmente beffardo il risveglio.
So che una parte dei pantaniani più incalliti non hanno mai perdonato a mio padre l’intransigenza di quei momenti nei confronti del Pirata, giudicandola come la causa del precipizio in cui finì il campione. Eppure nell’amaro e dolente pezzo del giorno dopo, c’era, come accadeva sempre nei suoi articoli più inflessibili, un mano tesa, una porta aperta: “Aiutare Marco a ricostruire se stesso adesso diventa per noi una missione. Ma è lui, col suo carisma, il suo fascino, la sua saggezza, il suo dolore, che deve guidare la rivolta: non contro poteri occulti, ma contro le ipocrisie, le falsità e gli inganni di un ambiente che l’ha trascinato in un inferno”. Chiedeva, insomma un atto di onestà e di dignità che purtroppo non venne e che non fu certo incoraggiato dal mondo del ciclismo. Eppure questa triste vicenda, che ha toccato mio padre come se riguardasse un figlio, non gli ha mai fatto rinnegare una sola riga dei peana che aveva dedicato a Pantani precedentemente, soprattutto nel favoloso ‘98 con la trionfale doppietta Giro-Tour. Perché quando furono scritti esprimevano un’emozione vera e universale.
Nel suo ufficio non ancora smobilitato del palazzo di via Solferino, tra i vari cimeli ci sono un mattone della casa natale di Coppi e una foto degli anni Novanta con Gino Bartali, personaggio che lo incantò da anziano per la sua rude sincerità e onestà, al quale aveva fatto avere la tessera di giornalista a seguito della carovana. In quel dualismo eroico che ha segnato un’epoca sono racchiusi i sogni di mio padre e di un’intera generazione. Oggi, nell’anno del centenario, mi mancherà da lettore proprio quella sua prosa che scalava le vette dell’entusiasmo ma che era pronta allo stesso tempo ad affrontare e giudicare senza fronzoli le debolezze e le meschinità umane.
La Gazzetta continua la battaglia per un ciclismo pulito, perché sa che non ci sono alternative per salvare questo sport e il Giro. Se resterà questa sua lezione, Candido Cannavò sarà sempre nella carovana rosa.
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(per gentile concessione del direttore Daniele Protti)
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